Il cuore sarà la bilancia su cui pesare il cielo come un albero piantato in terra con radici profonde e teso con i rami al cielo più alto
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sabato 8 febbraio 2020
l'albanense irriverente: 5 DOMANDE A: PIERO BARBABIETOLA
l'albanense irriverente: 5 DOMANDE A: PIERO BARBABIETOLA: Piero “Mizu” Barbabietola Presentatore e public speaking (spettacoli di musica) a Varese per la scuola di musica Yamaha (1 anno...
sabato 31 maggio 2014
di ombre e di fiamma
e quelle ombre lente e calde avvolgono la musica
Linee di carbone scorrono su candidi fogli di cotone
Sono ombre disegnate che il fuoco scompone
Un'anima che corre tra le pieghe del corpo non può essere catturata
come la vampa viene inghiottita e dal camino vola via
Rimangono però in tracce ardenti, incancellabili carezze
disegnate nel tempo dal desiderio che il fuoco ha riscaldato.
che la musica qui abbraccia
Sulla carta il colore Rubizzo cinabro che sfuma tra brace e cenere
Come impalpabile polvere nel calore di una mano fattasi nido
Fuori, la neveche copre tutto e tutto zittisce
Dentro, i sogni Di ombre e di fiamma
Parole di Gabriele Demichelis
tutto svanisce. Qualcosa resta.
Incancellabile.
Assurdamente presente
nella totale assenza del Nulla.
D'ombra e di fiamma.
Che ha scaldato.
Ha baciato, pianto,
abbracciato, amato.
Svanita come ombra.
Prepotentemente reale
come fiamma.
Presenza e assenza.
Nell'ultimo sorriso dell'anima.
domenica 4 maggio 2014
nel volo selvatico delle anatre
Certe sere
vesto tutta la nudità dei miei anni.
Sono la verità
di un albero spoglio
e una promessa che porto con me
da prima che iniziasse
l'eterno.
Certe sere
sento tutto il male del vivere,
come una fatica
che non riesco a sopportare,
come un'antica promessa
da mantenere.
.
Nel volo selvatico delle anatre
s'alza come distratto dal rumore nel canneto
un altro giorno.
Nel volo selvatico delle anatre
s'alza come distratto dal rumore nel canneto
un altro giorno.
Beatrice Niccolai
giovedì 1 maggio 2014
Hebel
Se noi fossimo pietre,e se la terra
fosse una caverna
che ci protegge da ogni migrazione,se noi fossimo un'ostrica
dentro le alghe del mare! Ma noi siamo, invece, una ferita,
e siamo dei torrenti senza letto e senza foce,
siamo campane al transito del tempo.
Fossimo senza ricordi, come una roccia,noi ci potremmo riposare,
ma siamo spazio, segno e sopra l'orizzonte fumo e vento.
Fuad Rifka (Siria, 1930)
che ci protegge da ogni migrazione,se noi fossimo un'ostrica
dentro le alghe del mare! Ma noi siamo, invece, una ferita,
e siamo dei torrenti senza letto e senza foce,
siamo campane al transito del tempo.
Fossimo senza ricordi, come una roccia,noi ci potremmo riposare,
ma siamo spazio, segno e sopra l'orizzonte fumo e vento.
Fuad Rifka (Siria, 1930)
domenica 11 agosto 2013
lettera ad una bambina che sta per nascere
Se mi chiedessero di scrivere una lettera a una bambina che sta per nascere, lo farei così.
Cosa hai sentito finora del mondo attraverso l'acqua e la pelle tesa della pancia di mamma? Cosa ti hanno detto le tue orecchie imperfette delle nostre paure? Riusciremo a volerti senza riempire il tuo spazio di parole, inviti, divieti? Riusciremo ad accorgerci di te anche dai tuoi silenzi, a rispettare la tua crescita senza gravarla di sensi di colpa e di affanni? Riusciremo a stringerti senza che il nostro contatto sia richiesta spasmodica o ricatto di affetto?

Vorrei che i tuoi Natali non fossero colmi di doni-segnali a volte sfacciati delle nostre assenze ma di attenzione. Vorrei che gli adulti che incontrerai fossero capaci di autorevolezza, fermi e coerenti: qualità dei più saggi. La coerenza, mi piacerebbe per te. E la consapevolezza che nel mondo in cui verrai esistono oltre alle regole le relazioni e che le une non sono meno necessarie delle altre, ma facce di una stessa luna presente. Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a inseguire le emozioni come gli aquiloni fanno con le brezze più impreviste e spudorate; tutte, anche quelle che sanno di dolore. Mi piacerebbe che ti dicessero che la vita comprende la morte. Perché il dolore non è solo vuota perdita ma affettività, acquisizione oltre che sottrazione. La morte è un testimone che i migliori di noi lasciano ad altri nella convinzione che se ne possano giovare: così nasce il ricordo, la memoria più bella che è storia della nostra stessa identità.Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita. Non dovrai rincorrere la mediocrità per riempire i vuoti, né pietire uno sguardo o un'ora d'amore. Impara a creare la vita dentro la tua vita e a riempirla di fantasia. Adora la tua inquietudine finché avrai forza e sorrisi, cerca di usarla per contaminare gli altri, sopratutto i più pavidi e vulnerabili. Dona loro il tuo vento intrepido, ascolta il loro silenzio per curiosità, rispetta anche la loro paura eccessiva. Mi piacerebbe che la persona che più ti amerà possa amare il tuo congedo come un marinaio che vede la sua vecchia barca allontanarsi e galleggiare sapiente lungo la linea dell'orizzonte. E tu allora porterai quell'amore sempre con te, nascosto nella tua tasca più intima.
Paolo Crepete.it/aforismi/figli-e-bambini/frase-39765>
sabato 3 agosto 2013
Mogù
Izet Sarajlíc guardo le date delle tue poesie.
Sono geloso del tempo che tu hai visto e io no, sono geloso dei poeti
che ho amato perché tu li hai amati di più. Bisogna abitare in una città
fluviale per trovarsi in poesia a una confluenza di
acque correnti. In te scorrono russi, tedeschi, spagnoli, francesi e
qualche italiano, tu li contieni. Ho bevuto con te e così, per la
misteriosa proprietà transitiva dei poeti e dei bicchieri, io mi sono
trovato seduto a tavole remote, dove mai mi sarei azzardato a chiedere
permesso. Dietro un nostro bicchiere ho potuto stare con Bohumil Hrabal
nella birreria di Praga, al suo tavolo che non ospitava scrittori né
lettori, ma solo bevitori amici.
Ecco, mio Izet, dentro ogni tuo verso di guerra
subita, di lutto, c’è la risposta alla domanda di uno come me che sta in
qualche fila all’addiaccio delle molte prigioni e chiede: “Questo voi
potete descriverlo?” e tu con la carta piena del segreto dell’aria,
rispondi: “Mogù”, “posso”. Da te imparo di nuovo a dire: amo. A
cinquant’anni bisogna pronunciarlo spesso, in quante più lingue
possibile, lavandosi i denti al mattino, sciacquandoli bene e poi
asciugandoli con l’aria di quel verbo all’indicativo presente. Tutte le
tue poesie vengono da questa igiene del verbo amare, da questa soglia
delle labbra. tuo il vino che dà profondità ai nostri occhi, un grano
d’infrarosso per vedere al buio.
(dall’introduzione di Erri De Luca, Izet Sarajlíc, Qualcuno ha suonato)
giovedì 25 luglio 2013
Guardastelle
Quante volte, seduto
fuori l'uscio della porta della mia casa di Assisi, ho guardato il
cielo stellato sopra di me. Ho sempre pensato che quella stella, si
esattamente quella, fosse il modo di mia madre di restare con me, di
guardarmi ancora con quegli occhi dolci di tenerezza e disincanto. Li
l'avrei sempre ritrovata. E' ancora li, così come nel mio sguardo e
nel mio cuore. Sento la sua carezza. Anche nel cielo d'Armenzano
limpido fino allo stupore ed alla chiarezza. Mi guarda.
Ora c'è con
lei anche il sorriso di mio padre. Nella notte silenziosa e profonda
fino all'alba. E talvolta sto li incantato come un bambino con gli
occhi inumiditi dal ricordo e dallo stupore. Con l'anima fragile. Con
le paure che non puoi evitare. Con il cuore che batte nel silenzio
notturno con i rintocchi di antica campana che canta Amore, amore,
amore.. ed un vento leggero mi accarezza, il vento amico del Subasio,
e le braccia si aprono per accogliere la generosa pioggia di stelle.
Potrei dire con il titolo del romanzo di Milena Pini : “Pioggia di
stelle. A mia madre Alba complice della mia vita. A mio padre stella
sorridente della mia notte”... E come la giovane protagonista della
fiaba dei fratelli Grimm mi sento nudo e vestito da questa pioggia di
stelle..
e ora ascolto questa canzone che mi piace tanto perchè da
qui puoi “calcolare le distanze, da qui, proiettami nello spazio
siderale, da qui, da qui, ho conosciuto la costellazione senza mai
guardare dentro un cannocchiale Perché la mia vista vede, è una
lente naturale E ho fantasia e posso anche volare Guardastelle,
guarda, in questo mare di stelle, mi perderò con te Guardastelle,
guarda, è un cielo di fiammelle, il buio più non c'è Da qui,
mi stacco da terra ad immaginare Da qui, chissà se c'è un mistero
grande da scoprire Da qui, una libera preghiera per una pace da
inventare Guardastelle, guarda, in questo mare di stelle, mi perderò
con te Guardastelle, guarda, è un cielo di fiammelle, bruciano per
te Sotto il cielo la terra.. Una speranza sospesa, Guardastelle,
guarda, in questo mare di stelle, mi perderò con te ... “
E come
te Guardastelle sbircio al di là.. perchè “Le stelle sono buchi
da cui filtra la luce dell'infinito...” (Confucio) E sento mia
madre e mio padre che si ritrovano, si sorridono, si prendono per
mano fino al Cielo, fino a me. Orihime e l'amato Hikoboshi, come Vega
ed Altair. Ed io come un bambino appendo il mio tanzaku ai rami di un
albero. Dovresti farlo anche tu.
Un tanzaku è un
desiderio, una poesia, una preghiera, un sogno, una speranza, il
respiro del tuo amore, quella lacrima, quel dolore che non ha parole.
Durante la Festa delle Stelle.... perchè tu ed io non dovremmo mai
accontentarci “di questo oblio che sale verso il nulla, per
cancellare dalla lavagna i tuoi pupazzetti e non ritrovarmi soltanto
una finestra senza stelle. “ (Cortazar). De Sideribus. Per quanto
cerchiamo di saltare o di volare in alto — diceva Simone Weil —
noi non riusciremo mai a raggiungere il cielo. Se, invece, ci
mettiamo a contemplarlo e a fissarvi il nostro sguardo, il cielo
scenderà, ci avvolgerà e ci abbraccerà. Si amico Eschilo: «il
divino è senza sforzo»: l'incontro con Dio è dono, è grazia.
Grazia che disarma, perdona, accarezza, abbraccia mentre intorno alla
nostra notte “stelle esplose fino al silenzio attese- si spacca nel
sole di ogni giorno rosa. dentro Tutto. La rosa impenetrabile d'amore
che non dura al gesto solo.” (Amina Narimi)
Il silenzio che venne dopo
è quello degli eterni cieli
notturni e in moto perpetuo.
Un cielo dentro l'altro
con due stelle che lassù
-forse col rumore di un soffio-
si scontrano e si spengono
l'una contro l'altra
una dentro l'altra.
E quanti bagliori
lontani da tutti gli occhi
momento dopo momento
da sempre
per sempre
accendono quei cieli bui
di ultimi lampi
di respiri luminosi
di attimi che tutti insieme sommati
fanno finalmente
il nulla.
(Vincenzo Cerami)
è quello degli eterni cieli
notturni e in moto perpetuo.
Un cielo dentro l'altro
con due stelle che lassù
-forse col rumore di un soffio-
si scontrano e si spengono
l'una contro l'altra
una dentro l'altra.
E quanti bagliori
lontani da tutti gli occhi
momento dopo momento
da sempre
per sempre
accendono quei cieli bui
di ultimi lampi
di respiri luminosi
di attimi che tutti insieme sommati
fanno finalmente
il nulla.
(Vincenzo Cerami)
…. Guardastelle,
guarda, in questo mare di stelle, mi perderò con te Guardastelle,
guarda, è un cielo di fiammelle, bruciano per te Sotto il cielo la
terra.. Una speranza sospesa, Guardastelle, guarda, in questo mare di
stelle, mi perderò con te … (Bungaro)
martedì 16 luglio 2013
L'Amore è mancarsi sempre
Socrate, l’amore è mancarsi sempre... Chi è
Eros?, si domanda. E’ amore di qualcosa, desiderio di qualcosa. Ma se
lo desidera, significa che non lo possiede. Ne consegue che noi amiamo
soltanto ciò che non abbiamo. Cosa mi sta dicendo, quell’uomo
petulante? Che appena ottengo qualcosa, io smetto di amarla? In effetti
è proprio questo l’interrogativo che anima buona parte delle lettere
che arrivano alla posta del cuore. L’energia dell’amore chiedono i tanti
cuori abbandonati o traditi - si esaurisce con la conquista oppure
esiste un modo per trattenerla anche in seguito? Dopo avere seminato il
panico per i millenni a venire, Socrate sembra indicare una via
d’uscita. Certo, un povero ama la ricchezza perché non la possiede. Però
anche un ricco può amare la ricchezza e un sano la salute. Nel senso
che amano poterle avere anche in futuro: in una dimensione temporale,
cioè, in cui non le possiedono ancora. Perciò è possibile continuare ad
amare una persona anche dopo averla conquistata. Succede quando desideri
conquistarla anche in futuro. E’ la tensione verso un obiettivo non
ancora raggiunto che tiene in vita Eros. Bisogna sempre essere affamati,
direbbe Steve Jobs. L’amore vive finché si fanno progetti e sogni in
suo nome. Finché si coniugano i verbi al futuro. Finché coloro che si
amano non smettono mai, almeno un po’, di mancarsi.....
Massimo Gramellini - Simposio di Platone (IV sec. a.C.)
Discorso di Socrate (prima parte)
Massimo Gramellini - Simposio di Platone (IV sec. a.C.)
Discorso di Socrate (prima parte)
La verità, vi prego, sull'amore
Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un'assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l'aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.
Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c'è da bere?
Per l'odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull'amore.
Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po' di pace?
La verita' grave, vi prego, sull'amore.
Sono andato a guardare nel bersò
lì non c'era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l'aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
e non era nemmeno sotto il letto.
Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull'altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull'amore.
Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull'amore
Wystan Hugh
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un'assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l'aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.
Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c'è da bere?
Per l'odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull'amore.
I manuali di storia ce ne parlano
in
qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a
bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna
nelle
cronache dei suicidi
e l'ho visto persino
scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.
Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po' di pace?
La verita' grave, vi prego, sull'amore.
Sono andato a guardare nel bersò
lì non c'era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l'aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
e non era nemmeno sotto il letto.
Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull'altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull'amore.
Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull'amore
Wystan Hugh
sabato 6 luglio 2013
Vietato arginare l'Amore
vietato arginare
l'amore
vietato arginare l'Amore
quando la piena improvvisa
travolge il ciottolo
non più inerte silenzioso
quando la piena improvvisa
travolge il ciottolo
non più inerte silenzioso
rischioso affondare
l’amore
in mari oscuri di pesci d’oro
e alghe dove tranelli tessono
alberi di carene abbandonate
in mari oscuri di pesci d’oro
e alghe dove tranelli tessono
alberi di carene abbandonate
esaltante lanciarlo fino
ai cieli
ad avvampare pulviscoli di stelle
ad incrociare orbite alte
fuggenti di pianeti
ad avvampare pulviscoli di stelle
ad incrociare orbite alte
fuggenti di pianeti
di tenebra e di luce sarà
il mio
sommerso come la goccia
lenta di sale
che alza cristalli di roccia
nelle caverne
che alza cristalli di roccia
nelle caverne
splendente come la
chioma
guizzante di cometa che ardita
non teme il Sole
guizzante di cometa che ardita
non teme il Sole
*
misura dell’amore è la
perdita
l’assenza
la trappola improvvisa
di un ricordo
che afferra e strugge
l’assenza
la trappola improvvisa
di un ricordo
che afferra e strugge
misura della perdita è
l’insistere
della presenza
l’ago di rame
che dal silenzio
scintilla e punge
della presenza
l’ago di rame
che dal silenzio
scintilla e punge
presenza non è
semplicemente
stare
stare
è il cerchio che non
chiude
il ritorno
la spirale infinita
dell’eterno venire
e dell’andare
il ritorno
la spirale infinita
dell’eterno venire
e dell’andare
*
incredibile come l’amore
inganni
pensa desiderar re Marco e
nel colmo
dell’amplesso sente lontane epoche
diverse presenze - il fantasma improbabile
che ogni surrogato grida, resuscita
dell’amplesso sente lontane epoche
diverse presenze - il fantasma improbabile
che ogni surrogato grida, resuscita
duro tormento l’anima le
stringe
vive - ma nostalgia mortale di attimi
perduti le viscere sconvolge
vive - ma nostalgia mortale di attimi
perduti le viscere sconvolge
dentro la primavera
gelida
rosa schiudono olezzanti gli arbusti
- empia pioggia attanaglia, sferza
rosa schiudono olezzanti gli arbusti
- empia pioggia attanaglia, sferza
venga un giorno di sole,
aria tiepida
voli conduca rapida alla finestra
spuntar di fiori, col vento respirare
con le gemme rinascere del bosco
voli conduca rapida alla finestra
spuntar di fiori, col vento respirare
con le gemme rinascere del bosco
e che il cuore abbia pace
Tristano dimentichi
*
Albero amico che ormai
spoglio
più non nascondi l'anima. Grande eri
e verde, ospitavi nel folto canti d'uccelli
al soffio estivo muovevi le fronde.
Maestoso eri e fresco, ma più attraente
più non nascondi l'anima. Grande eri
e verde, ospitavi nel folto canti d'uccelli
al soffio estivo muovevi le fronde.
Maestoso eri e fresco, ma più attraente
è la tua scarna
bellezza.
Sei a nudo, sei essenziale.
Sei a nudo, sei essenziale.
Mi poserò sotto il
groviglio
dei tuoi rami, con pazienza
conterò i sottili intrecci
e note diverranno le nodosità
dolci del tuo corpo snello.
dei tuoi rami, con pazienza
conterò i sottili intrecci
e note diverranno le nodosità
dolci del tuo corpo snello.
*
È - questo intenso amore
-
campo rosso di fragole
d'acre dolcezza profumato.
È di limone fiore, di frutto
aspro allegro mi stordì
d'aroma forte assaporato.
Emana acre pari intenso odore
l'aspro tuo intenso profumato
amore.
campo rosso di fragole
d'acre dolcezza profumato.
È di limone fiore, di frutto
aspro allegro mi stordì
d'aroma forte assaporato.
Emana acre pari intenso odore
l'aspro tuo intenso profumato
amore.
*
Per amarti ho superato il
confine della protezione
reso libertà la solitudine. Dato ali più forti all'ape
paga del giardino. Non è stato difficile -
il brulichio domestico da tempo aveva preparato
il favo.
reso libertà la solitudine. Dato ali più forti all'ape
paga del giardino. Non è stato difficile -
il brulichio domestico da tempo aveva preparato
il favo.
Dal ronzio blu di lavanda
l'ape rischiò decisa
alla corolla del fiore esotico. Alla geometria esatta
delle celle lo sconquasso del volo ora deposita -
il giallo dorato esplodere di nuovi lontani
nettari.
alla corolla del fiore esotico. Alla geometria esatta
delle celle lo sconquasso del volo ora deposita -
il giallo dorato esplodere di nuovi lontani
nettari.
Quelle tue gocce
pure
limpide
caramellate di Sole
limpide
caramellate di Sole
*
Impudico linguaggio
che non cessi di
carezzarmi, con mano
audace sovente mi svesti.
Parimenti impudica
la risposta che con lenta
diffusione ogni volta
intera mi spoglia.
che non cessi di
carezzarmi, con mano
audace sovente mi svesti.
Parimenti impudica
la risposta che con lenta
diffusione ogni volta
intera mi spoglia.
*
Dentro una strada di
Sevilla
zingara non richiesta mi cantò
- Pobre de tí, está un amor
de fuego dentro tu vida! -
Vent'anni appena, quell'amore
non lo sapevo ancora.
zingara non richiesta mi cantò
- Pobre de tí, está un amor
de fuego dentro tu vida! -
Vent'anni appena, quell'amore
non lo sapevo ancora.
Assorta osservo il solco
fondo
nella mano, l'inestinguibile
mia linea netta, decisa.
Stinti alle tempie i capelli
- pobre de mi - conosco bene
quell'amore. E brucia.
nella mano, l'inestinguibile
mia linea netta, decisa.
Stinti alle tempie i capelli
- pobre de mi - conosco bene
quell'amore. E brucia.
*
Finisce - l'estate -
nella prima foglia secca
che volteggia in agosto
nella prima foglia secca
che volteggia in agosto
lo scricchiolio
nell'erba
quella chiazza marrone
nel prato a forza verde
quella chiazza marrone
nel prato a forza verde
- quella piccola crepa
nel mallo ormai maturo
dell'innamoramento -
nel mallo ormai maturo
dell'innamoramento -
quell'annuncio
dell'ombra
nel pieno esplodere del giorno.
nel pieno esplodere del giorno.
Non occorre novembre
per toccare l'autunno
per toccare l'autunno
lo racconta la polpa
carnosa
nell'agguato sfatto dolciastro
del piccolo verme.
nell'agguato sfatto dolciastro
del piccolo verme.
*
Al sole di febbraio
oggi ho sentito
il primo annuncio
della primavera.
Voci alterne d'uccelli
e una leggera brezza
che complice e gradita
trasmetteva della bella
stagione la certezza.
oggi ho sentito
il primo annuncio
della primavera.
Voci alterne d'uccelli
e una leggera brezza
che complice e gradita
trasmetteva della bella
stagione la certezza.
Laura Ricci - La Strega poeta (LietoColle, 2008), Voce alla Notte (LietoColle,
2006), Le quattro stagioni (Rebellato, 1984)
martedì 2 luglio 2013
venerdì 28 giugno 2013
Non giudicare ogni giorno dal raccolto che mieti. Giudicalo dai semi che pianti!
Non giudicare ogni giorno dal raccolto che mieti. Giudicalo dai semi che pianti!
Chiunque può arrendersi, è la cosa più semplice del mondo. Ma resistere quando tutti gli altri si aspettano di vederti cadere a pezzi, questa è la vera forza.
Non aspettarti nulla, ma sii pronto a tutto...
Chris Bradford "La via della spada.
Young samurai"
mercoledì 26 giugno 2013
La nostalgia del Cielo. Come un albero piantato in terra con radici profonde e teso con i rami al cielo più alto
La parola di Kikuo Takano: «è radicata nelle cose: il
mondo la abita e la percorre nelle sue forme, nei suoi doni, nella sua
luce, nei suoi spazi. Ma, attraverso le cose, la parola di Takano aspira
all’altrove, come un albero piantato in terra con radici profonde e
teso con i rami al cielo più alto. Questa tensione è anche un movimento
d’amore: mentre interroga il mistero dell’Essere, Takano non dimentica
mai gli esseri concreti: uomini, animali, fiori, frutti, foglie». (Lagazzi)
Scrivere poesie «vuol dire innanzitutto soffermarmi con uno
stupore profondamente fresco, di fronte a ciò che esiste, accettare
insieme la molteplicità e la continuità degli esseri, fissare su di loro
lo sguardo fino a quando svaniscono. La poesia era per me l’unica via
per incontrare il senso e la bellezza misteriosa dei legami tra gli
esseri, legami che più fissavo più perdevo (ma tutto diventava limpido):
era la via misteriosa in cui era possibile trovare un grande conforto».
Lo «stupore
fresco» davanti alla realtà è il germoglio di una “povertà” «mai spoglia
di bellezza» (D.Rondoni), «Se fisso un
albero che ha la cima tesa al cielo e la radice sprofondata a terra,
osservo come due forze divergenti convergano in una: il risultato è
l’albero in piedi, senza che si possa distinguere tra il desiderio del
cielo e quello della terra».
«Ma non potremmo avere anche noi
un’anima / con cui tendere al cielo? / non potremmo avere un’anima /
piccola ma decisa / a riflettere il cielo, / come l’acqua torbida dello
stagno?».
«Il cuore sarà la bilancia / su cui
pesare il cielo, l’invisibile cielo?».
«Poi negli oscuri / alti fondali, è proprio vero! /
dal basso verso l’alto / cade neve, / dal basso candida neve / all’alto
cade».
Il tumulto delle
cose sfronda aperture nuove, aperte al balzo e alla raccolta delle
stelle: «Guizzanti come frutti d’acetosella, / dei fanciulli s’immergono
nel mare, / colgono le asterie e le lanciano al cielo / gridando d’aver
preso le stelle».
«Ma la mia anima è un foro / senza
fondo, mai colmato / da ciò ch’è palpabile e visibile. / Se tu sei senza
limiti, / l’infinito / che non si può toccare né vedere, / ti voglio,
voglio te, / come lo scemo / che aspetta il mattino / e lo desidera
intenso – / voglio soltanto te». Mi trasformo in arco, sono proprio
l’arco / sui cui poggia la freccia ancora accesa / che ha bruciato ogni
mestizia, / e la punta dilatata verso di te. / Per scrutare l’invisibile
incendio / se tu sei invisibile, / per scrutare l’infinito incendio /
se tu sei infinito, / se tu sei assente, ma tanto / assente da non
potere neppure ardere, / voglio scrutare questa infiammata assenza, / e
davvero chiunque tu sia, / ti penso insieme all’illogicità / che in te
arde». Il «wabi»,
nocciolo di semplicità e altezza, «è ardente di tutta la esperienza
della desolazione della terra, eppure non piega il soggetto a
corteggiare l’afasia o la cenere, come avviene in altri». (D.Rondoni).
Ci muoviamo in questa povertà mendicante, verso l’Altro, l’Assoluto, in cammino su un sentiero aperto e la tensione verso Dio, per cercare «di afferrare
l’azzurro / del mare»: «Come gli alberi che chiedono / sulla cima la
luce / e la negano alla radice, / perché anch’io vivo / cercando Dio con
le parole, / respingendolo dall’anima». In tutti noi c'è un luogo di attesa,
di dramma inconcluso, di «infiammata assenza», molto simile al
«quasi nulla» leopardiano, e Takano, per dirlo con le parole di Annamaria Ferramosca: «scrive poesia contando su tre solidi
cardini di identificazione della parola: poesia come costante domanda di
senso, attesa tenace di assoluto; poesia come unica via per l’ascolto
del mistero che attraverso gli esseri, […] poesia infine, come
incessante lavoro sul “rinascere insieme”, riconoscendo quei barlumi di
senso nelle immagini del quotidiano, della natura, metafore semplici, da
cui Takano fa sgorgare senso […] così scarno a volte da sfiorare la
purezza del sacro».
Alla sete è promesso un liquido delizioso
La melagrana
che serba i segreti
delle sue perle
aspetta sempre
che tu peli
la sua buccia lucente.
Alla sete è promesso
un liquido
delizioso.
Maram Al–Masri
che serba i segreti
delle sue perle
aspetta sempre
che tu peli
la sua buccia lucente.
Alla sete è promesso
un liquido
delizioso.
Maram Al–Masri
martedì 25 giugno 2013
lunedì 24 giugno 2013
Confessioni di un poeta
il chiarore che avanza fra le ombre sparse,
il lungo mormorio della vita nelle stazioni ferroviarie.
Un falò di parole irrompe nella piazza.
Un nero treno lacustre attraversa la città.
Il giorno rovescia le sillabe del mondo sui marciapiedi.
Ho sempre amato il tuono che squarcia il pomeriggio,
la ruggine e la pioggia, gli amori che finiscono
e il fumo che sale dalle gomme consumate.
I giorni idioti passano come i ponti.
Le statue volano come uccelli.
Le porte più chiuse si aprono come labbra.
Ho sempre amato quel che passa: i taxi affollati,
i fischi dei treni, le nuvole smarrite
e le foglie trascinate dal vento.
La grandine fustiga le piramidi della morte.
La porta del bordello stride nella canicola.
Un crepuscolo giallo circonda l'arsenale.
Ho sempre amato il rottame, la forma distrutta
dal tempo divenuto brezza marina.
Ho sempre amato il curculione nascosto nel silo.
Il rumore del torrente rende più chiara la notte
e dispiega fra le pietre i bei stendardi
di un sogno che accompagna un sole smantellato.
E ho sempre amato l'amore, che è come i carciofi,
qualcosa che si sfoglia, qualcosa che nasconde
un verde cuore impenetrabile.
Nell'arsenale di São Miguel dos Campos
il mare restituisce al mare il bottino reclamato
dalle vertebre perdute delle navi.
Ho sempre amato il tuono che risveglia coloro che dormono,
la porta della mia casa aperta al temporale,
il giorno che perde le squame come un pesce.
Ho sempre amato la nebbia fitta che nasconde i paesaggi,
i manichini, gli spaventapasseri, gli specchi infranti.
Ho sempre amato la ruggine, l'erosione e la scoria.
I container sono depositati nella stiva delle navi come cesti di fiori
La linea che separa la terra dal mare sfavilla come un lampo.
Nel'mmenso bancone del mondo c'è dissidio e commercio.
Ho sempre amato i pilastri che sorreggono i ponti,
le navi che partono, i fari e gli argani.
Ho sempre amato l'Oceano e i segnali luminosi.
Dove vivono i morti anch'io vivrò un giorno,
in questo nessun luogo che gli dei passeggeri
serbano alle ceneri che sono niente e nessuno.
Ho sempre amato la neve che cade sui platani
che orlano la Senna, mentre le barche
passano lente e bianche sotto i ponti.
Il chiaro formicaio di acque limpide
scoppia nel mattino sotto il preclaro
cielo azzurro sostenuto dagli uccelli.
Ho sempre amato gli specchi delle barberie,
i chioschi di fiori, le edicole di giornali,
i legumi sugli scaffali dei supermercati.
Il giorno è una moneta ossidata dalle chimere.
E i ponti tremano al passaggio delle corriere polverose
che effettuano le migrazioni della miseria e della morte.
Ho sempre amato ascoltare i rumori del mondo:
il ronzio dorato dell'ape sullo sterco,
il giorno strepitoso e il vento vagabondo.
Le navi fischiano. È ora di partire.
Ogni porta chiusa è un porto da aprire
dal vento trionfante che squarcia l'oceano.
Ho sempre amato la luce del sole storpio
che si annida nelle mangrovie, la luce fluviale del giorno
sulle dune che di notte camminano all'orizzonte.
Chi ha la chiave dei sogni apre qualunque porta.
Chi naviga dormendo arriva in qualunque molo
e nelle navi vede l'abolizione della morte.
E ho sempre udito la voce che mi chiama nel buio,
la voce dall'altro lato, giunta da altri mondi
che si disfanno nell'aria, lambiti dalla bruma.
Ho sempre amato questa voce che nemmeno è voce,
un sussurro del nulla, la cenere commossa,
una sabbia che stride nella spiaggia sconfinata.
Il fogliame nella notte mi copre quando dormo,
lenzuolo funebre di un sole puro che cerca sempre la tenebra,
mormorio di una fonte, pietra bianca di un muro.
E ho sempre amato il tempo e le intemperie,
la termite che prolifera nella nudità della materia,
nelle pallide colonie della notte depredata.
La fortuna ha voluto che, nel perdermi,
sempre mi ritrovassi, anche stando
nel naufragio che è sempre opera del vento.
Ho sempre amato ciò che vive nell'acqua nera delle mangrovie.
Ho sempre amato ciò che nasce. Ho sempre amato ciò che muore
quando la notte crolla sopra le case degli uomini.
il lungo mormorio della vita nelle stazioni ferroviarie.
Un falò di parole irrompe nella piazza.
Un nero treno lacustre attraversa la città.
Il giorno rovescia le sillabe del mondo sui marciapiedi.
Ho sempre amato il tuono che squarcia il pomeriggio,
la ruggine e la pioggia, gli amori che finiscono
e il fumo che sale dalle gomme consumate.
I giorni idioti passano come i ponti.
Le statue volano come uccelli.
Le porte più chiuse si aprono come labbra.
Ho sempre amato quel che passa: i taxi affollati,
i fischi dei treni, le nuvole smarrite
e le foglie trascinate dal vento.
La grandine fustiga le piramidi della morte.
La porta del bordello stride nella canicola.
Un crepuscolo giallo circonda l'arsenale.
Ho sempre amato il rottame, la forma distrutta
dal tempo divenuto brezza marina.
Ho sempre amato il curculione nascosto nel silo.
Il rumore del torrente rende più chiara la notte
e dispiega fra le pietre i bei stendardi
di un sogno che accompagna un sole smantellato.
E ho sempre amato l'amore, che è come i carciofi,
qualcosa che si sfoglia, qualcosa che nasconde
un verde cuore impenetrabile.
Nell'arsenale di São Miguel dos Campos
il mare restituisce al mare il bottino reclamato
dalle vertebre perdute delle navi.
Ho sempre amato il tuono che risveglia coloro che dormono,
la porta della mia casa aperta al temporale,
il giorno che perde le squame come un pesce.
Ho sempre amato la nebbia fitta che nasconde i paesaggi,
i manichini, gli spaventapasseri, gli specchi infranti.
Ho sempre amato la ruggine, l'erosione e la scoria.
I container sono depositati nella stiva delle navi come cesti di fiori
La linea che separa la terra dal mare sfavilla come un lampo.
Nel'mmenso bancone del mondo c'è dissidio e commercio.
Ho sempre amato i pilastri che sorreggono i ponti,
le navi che partono, i fari e gli argani.
Ho sempre amato l'Oceano e i segnali luminosi.
Dove vivono i morti anch'io vivrò un giorno,
in questo nessun luogo che gli dei passeggeri
serbano alle ceneri che sono niente e nessuno.
Ho sempre amato la neve che cade sui platani
che orlano la Senna, mentre le barche
passano lente e bianche sotto i ponti.
Il chiaro formicaio di acque limpide
scoppia nel mattino sotto il preclaro
cielo azzurro sostenuto dagli uccelli.
Ho sempre amato gli specchi delle barberie,
i chioschi di fiori, le edicole di giornali,
i legumi sugli scaffali dei supermercati.
Il giorno è una moneta ossidata dalle chimere.
E i ponti tremano al passaggio delle corriere polverose
che effettuano le migrazioni della miseria e della morte.
Ho sempre amato ascoltare i rumori del mondo:
il ronzio dorato dell'ape sullo sterco,
il giorno strepitoso e il vento vagabondo.
Le navi fischiano. È ora di partire.
Ogni porta chiusa è un porto da aprire
dal vento trionfante che squarcia l'oceano.
Ho sempre amato la luce del sole storpio
che si annida nelle mangrovie, la luce fluviale del giorno
sulle dune che di notte camminano all'orizzonte.
Chi ha la chiave dei sogni apre qualunque porta.
Chi naviga dormendo arriva in qualunque molo
e nelle navi vede l'abolizione della morte.
E ho sempre udito la voce che mi chiama nel buio,
la voce dall'altro lato, giunta da altri mondi
che si disfanno nell'aria, lambiti dalla bruma.
Ho sempre amato questa voce che nemmeno è voce,
un sussurro del nulla, la cenere commossa,
una sabbia che stride nella spiaggia sconfinata.
Il fogliame nella notte mi copre quando dormo,
lenzuolo funebre di un sole puro che cerca sempre la tenebra,
mormorio di una fonte, pietra bianca di un muro.
E ho sempre amato il tempo e le intemperie,
la termite che prolifera nella nudità della materia,
nelle pallide colonie della notte depredata.
La fortuna ha voluto che, nel perdermi,
sempre mi ritrovassi, anche stando
nel naufragio che è sempre opera del vento.
Ho sempre amato ciò che vive nell'acqua nera delle mangrovie.
Ho sempre amato ciò che nasce. Ho sempre amato ciò che muore
quando la notte crolla sopra le case degli uomini.
Felici quelli che partono.
Non quelli che arrivano ai
porti marciti.
Felici quelli che partono e
non ritornano più.
Che io sia sempre nel mezzo
del cammino
e il mio viaggio resti
incompiuto.
Felici quelli che non
conoscono l’ultima stazione.
Felici quelli che scompaiono
nella nebbia fitta,
quelli che aprono le
finestre quando nasce il mattino,
quelli che accendono le luci
degli aeroporti.
Felici quelli che
attraversano i ponti
quando il pomeriggio scende
fra i gazometri come un uccello.
Felici quelli che hanno
un’anima distratta.
Felici quelli che sanno che,
alla fine della traversata,
il Nulla li attende, come
uno spaventapasseri in un campo di granturco.
Felici quelli che si
ritrovano solo nella sconfitta e nel vento.
Felici quelli che hanno
vissuto più di una vita.
Felici quelli che hanno
vissuto innumerevoli vite.
Felici quelli che scompaiono
quando i circhi se ne vanno.
Felici quelli che sanno che
ogni fonte è un segreto.
Felici quelli che amano le
tempeste.
Felici quelli che sognano
treni illuminati.
Felici quelli che hanno
amato corpi e non anime,
quelli che hanno udito il
pigolio delle civette bianche nel silenzio della notte.
Felici quelli che hanno
incontrato una sillaba persa nell’erba coperta di rugiada.
Felici quelli che hanno
attraversato la notte oscura e la bruma inopportuna,
quelli che hanno visto il
fuoco crepitante nascere nei grandi falò di giugno,
felici quelli che hanno
visto il cielo aprirsi come un manto per accogliere
[il volo dello sparviero.
Felici quelli che abitano
nelle isole periferiche
e sono circondati al calar
della notte da una nuvola di formiche alate.
Felici i sedentari che un
giorno se ne andarono.
Lêdo
Ivo
Requiem
Requiem
grazie a
Vera Lúcia de Oliveira
Vera Lúcia de Oliveira
sabato 22 giugno 2013
URGENTEMENTE
È urgente l'amore.
È urgente una barca in mare.
È urgente distruggere certe parole,
odio, solitudine e crudeltà,
alcuni lamenti,
molte spade.
È urgente inventare allegria,
moltiplicare i baci, i raccolti,
è urgente scoprire rose e fiumi
e mattine limpide.
Cade il silenzio sulle spalle e la luce
impura, fino a dolere.
È urgente l'amore, è urgente
Restare.
EUGÉNIO DE ANDRADE
lunedì 8 aprile 2013
Sono scomodi i poeti.. domande sempre accese senza altare
I poeti ?
Sono scomodi i poeti figure/ da evitare domande sempre accese senza altare/ semantici silenzi e distrofie dell’io
Tutti i governi del mondo , diceva Apollinaire nel suo pamphlet “Le poète assassinè” , ammazzano almeno un poeta al giorno; all’eroe assassinato uno scultore innalza “una statua di nulla”. Del resto anche oggi , questi falsi profeti di metamorfosi assurde , dalle visioni primordiali, con l’impulso di oscure visioni, - i carboni del cielo, il Graal , le gole delle scimmie, le Upanishad, la Bibbia , proclamatori di angoscia e del grande dolore assoluto , questi poeti che si trovano ogni mattina al bar con la bocca/ piena di sassi/ col dolceamaro del primo caffè, volentieri s’impiccherebbero sulla pubblica piazza così, tanto per ammazzare il tempo e la solitudine , per uno spettacolo antico e sempre nuovo come la morte. Chissà che non venga varato un nuovo progetto di legge per erigere una forca su tutte le piazze dei paesi , un bel capestro lucente che faccia crick dei loro colli angosciati ed estingua la sete di libertà di questi poeti che non fanno altro che piangere i fantasmi di fumo e d’armonia , di lamento dei loro ricordi :Conosco la memoria dei muri/i pesi che gravano/ era solo ieri che cantavo /nei cortei di maggio/a gota piena a capelli sciolti/ so che tornerò ad incontrare/ quello che foste/ amici di pizza e di birra
Narda Fattori , coi suoi versi che “ scivolano sui gradini della vita”, echi talora dissonanti, cocci di un immenso vocabolario ormai naufragato nel kisch di tutti i giorni , nel saldo , nella liquidazione della nostra asfittica civiltà , ecco Narda che si alza il mattino per ricomporre i cocci di quel vaso rotto, ricomporre quel mosaico strano , erigere quell’ultimo monumento d’umanità, più duraturo del marmo e del bronzo , e lo fa in silenzio , quando tutti gli orologi di mezzanotte le doneranno un tempo generoso, per riunire gli spiriti evocati: eccola insieme a tutti gli altri fantasmi poeti che “Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi e aspettano che germoglino / parole vere – verginalmente nude”. (A. Benemeglio)
Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali ( di uomini, animali, e forse piante, perché chi ci dà la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono già cominciati a scoprire pianeti ( già morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.
Ma nella definizione “stupefacente” si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.
D’accordo, nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, vita normale normale corso delle cose… Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare. (Wislawa Szymborska)
Sono scomodi i poeti figure/ da evitare domande sempre accese senza altare/ semantici silenzi e distrofie dell’io
Tutti i governi del mondo , diceva Apollinaire nel suo pamphlet “Le poète assassinè” , ammazzano almeno un poeta al giorno; all’eroe assassinato uno scultore innalza “una statua di nulla”. Del resto anche oggi , questi falsi profeti di metamorfosi assurde , dalle visioni primordiali, con l’impulso di oscure visioni, - i carboni del cielo, il Graal , le gole delle scimmie, le Upanishad, la Bibbia , proclamatori di angoscia e del grande dolore assoluto , questi poeti che si trovano ogni mattina al bar con la bocca/ piena di sassi/ col dolceamaro del primo caffè, volentieri s’impiccherebbero sulla pubblica piazza così, tanto per ammazzare il tempo e la solitudine , per uno spettacolo antico e sempre nuovo come la morte. Chissà che non venga varato un nuovo progetto di legge per erigere una forca su tutte le piazze dei paesi , un bel capestro lucente che faccia crick dei loro colli angosciati ed estingua la sete di libertà di questi poeti che non fanno altro che piangere i fantasmi di fumo e d’armonia , di lamento dei loro ricordi :Conosco la memoria dei muri/i pesi che gravano/ era solo ieri che cantavo /nei cortei di maggio/a gota piena a capelli sciolti/ so che tornerò ad incontrare/ quello che foste/ amici di pizza e di birra
Narda Fattori , coi suoi versi che “ scivolano sui gradini della vita”, echi talora dissonanti, cocci di un immenso vocabolario ormai naufragato nel kisch di tutti i giorni , nel saldo , nella liquidazione della nostra asfittica civiltà , ecco Narda che si alza il mattino per ricomporre i cocci di quel vaso rotto, ricomporre quel mosaico strano , erigere quell’ultimo monumento d’umanità, più duraturo del marmo e del bronzo , e lo fa in silenzio , quando tutti gli orologi di mezzanotte le doneranno un tempo generoso, per riunire gli spiriti evocati: eccola insieme a tutti gli altri fantasmi poeti che “Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi e aspettano che germoglino / parole vere – verginalmente nude”. (A. Benemeglio)
Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali ( di uomini, animali, e forse piante, perché chi ci dà la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono già cominciati a scoprire pianeti ( già morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.
Ma nella definizione “stupefacente” si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.
D’accordo, nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, vita normale normale corso delle cose… Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare. (Wislawa Szymborska)
mercoledì 27 marzo 2013
quando lei arriverà
STARE LONTANO
Sembrerebbe di amarci nella dissoluzione di un mondo
dove un altro comincia.
Ci conduce la sola direzione del cammino.
Cambiamenti di vestiti e di vertigine
verso una lontananza come di nuvole dal colore vigilia di tempesta
in cui convivono chiarezza e lontananza
Stiamo entrando in qualcosa che sarà solo assenza condivisa con l’amore
affinché tanto di noi possa finalmente riconoscersi in un volto
in quella chiarità sorta dalla distanza tra noi due
L’unicorno e le comete a volte visibili nei loro percorsi
segnano la fine
ma in quel segnale si trovano i primi passi di un altro volto nel tempo
fiorire di semi e più semi al termine di tanta attesa.
Io verrò con te ovunque ci unisca e ci divida
la stagione infinita di tutto l’esistente
Adesso mi congedo da te
come altri si congedano da se stessi sulle soglie del sonno
Vagamente convinti che potranno ritrovarsi di nuovo nel pieno del vigore
e che un giorno magari svegliarsi vorrà dire il paradiso
Convinti dell’eventuale eternità al di là della forma
e anche io
per cui non importa se il disegno del tuo percorso nel mondo
- affinché si manifesti ancora l’enigma che nessuno
può concepire né assimilare se non se stesso -
richiede oggi la tua presenza lontano da me
La mia nostalgia del tuo corpo
L’incontro del tuo amore e di te del mio amore e di me
nei luoghi della memoria
presso una voce che ci è rimasta senza volto
da qualcuno che ci parla e non è l’altro
o da uno che attraversò il giorno come una stella fugace
Treno o cavallo alato esisterà senza passaporto diverso dal destino
Un cammino formato da tutto ciò che è stato e che arriverà che lo vogliamo o meno
Ti mancano pochi giorni all’appuntamento con la mia intuizione
in un posto dove ci siamo visti o ci vedremo un giorno per le strade di un libro
Nelle parole con cui l’uomo ha nominato quei posti
Quelle che mi hanno toccato nella vita
Arrivando dalla bocca di quei messaggeri dell’ignoto
Amore e morte
Dalla finestra che aprono gli schermi del cinema
mediante gondole e yacht ricoperti di fiori
idilli tra rovine giardini e le fontane
che riflettono il volto di ciò che in verità hai desiderato
Tutto questo navigando negli occhi di una ragazza bella e senza età
Ti posso amare nella carezza dello sguardo
nella strada di ognuno di noi per conto proprio
nell’amore delle parole e arrivare fino in fondo
nel desiderio di mantenere le ali del mio sogno di fronte alle tue mura
per riconquistarti ogni giorno
Senza te ti offro sorveglianza di me stesso nel viaggio interminabile
per tornare magari una volta al tuo bacio
La nostalgia riapparirà con meno forza ogni volta
Per chi vive ciò che è unico
e forse il cammino della grazia si troverà nel tentare l’impossibile.
Volti che ricordano altri volti
Luoghi dove certe cose sembrano ripetersi
Uomini che sono fratelli nel mistero e accorrono a un appuntamento
senza conoscersi né sapere
Euridici che ritornano per Orfei diversi
a causa del suono della lira che invincibile attraversa i boschi degli inferi
Penelopi di tutte le ore qui
a Parigi o a Itaca
Una signora nel dipinto che davvero sorride con un segreto richiamo
e dopo ti accompagna viva nella tua realtà
nel tempo presente dell’amore
Tutto questo forma già una strada vivente
che priva di sponde scorre nel paese senza tempo dove tutte le cose possono convivere
Così una malattia con una statua
Una canzone con una frase dettaci da un vecchio
e la ragazza dalla pelle dorata
e colei che era un sogno di seta e oro la sera del lago
Sono vicino alla porta che ritorna e che diventa segno
Lì il volto che tra gli altri riporta ciò che da sempre si desidera
o quelli per noi coinvolgenti perché con loro ritorna la paura
di noi stessi
Cose che fanno la mappa di una città in cui tutto concorre
all’incontro atteso al di là di noi stessi
Per quelle strade e per l’infinito
io ti porterò accanto a me senza dolore di assenza
come una risposta detta per caso e nella quale entrambi ci riconosciamo
Non importa che adesso tu cerchi le terre del passato
per recuperare toccando nello specchio
Non importa offrire sacrifici
a quella nostalgia di mare azzurro e di serena quiete tra canti di uccelli e voci
Io forse ho vissuto per riconoscere
quello che della vita ci si offre quando arriva dal sogno
Ecco perché ti vedrò venire con la posta al di là delle lettere
Ti vedrò trasformata nella padrona del gesto
di colei con chi per tanto tempo ci siamo guardati tra un pomeriggio e un fiore
quando lei arriverà trasformata in altre
Tu
La parola
L’amata presenza
AUGUSTO PINILLA
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